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Terapie intensive aperte: a Roma in Senato l'esperienza pilota pisana

biancofiore.gifMartedì 3 luglio il Dr. Gianni Biancofiore (foto a sinistra), direttore dellapaolo_malacarne.jpg Sezione dipartimentale di Anestesia e rianimazione nel trapianto di fegato e il Dr. Paolo Malacarne (foto a destra), direttore dell’Unità operativa di Anestesia e rianimazione 6 (di PS) sono stati convocati, insieme ad altri 3 esperti nazionali, al Senato della Repubblica a Roma per partecipare alla conferenza stampa indetta in occasione della presentazione del DDL 3428 sulle terapie intensive aperte. L’invito dei due professionisti pisani rende merito al lavoro di apripista svolto in questo settore dall’Aoup. Di seguito un intervento del Dr. Gianni Biancofiore, che ripercorre la strada fatta a Pisa in questi anni per giungere a questo risultato.

foto_terapia_intensiva.jpgSecondo recenti evidenze, i reparti di terapia intensiva (ICU) italiani sono caratterizzati, nella grande maggioranza dei casi, da una rigida limitazione delle visite ai degenti sia in termini di numero dei familiari ammessi all’interno del reparto che di durata della loro permanenza. Esistono solidissime evidenze in letteratura che dimostrano come tale “sradicamento” dei malati dal loro tessuto familiare induca, o peggiori, una sindrome da stress post-traumatico caratterizzata da depressione, ansia, disturbi delle funzioni cognitiva e emotiva i cui segni sono rintracciabili anche per molti mesi dopo la dimissione. Inoltre, anche la famiglia chi di è ricoverato in ICU soffre del distacco imposto dalle rigide limitazioni imposte dai reparti ICU andando frequentemente incontro a disturbi della sfera psicologica caratterizzata da sintomi di forte ansia, depressione e senso di alienazione con una qualità di vita profondamente influenzata dalla qualità delle relazioni intercorrenti tra parenti e curanti. Le ragioni per questa “chiusura” delle ICU sono rintracciabili in una serie di punti che, se analizzati criticamente alla luce delle evidenze della letteratura, appaiono più come delle paure che come delle verefoto_terapia_intensiva_2.jpg ragioni. Infatti, la possibilità che la presenza anche prolungata dei familiari alle ICU possa aumentare le infezioni, lo stress per i malati ed interferire con le cure prestate è stata smentita da varie esperienze specifiche. Negli ultimi anni chi lavora in ICU ha iniziato ad occuparsi non più e non solo della “quantità” di vita dei malati ma anche della sua “qualità” e di quella delle famiglie durante la degenza in Terapia intensiva, individuando come pressante nei malati e nei familiari le necessità di una informazione comprensibile, di un rapporto pro-attivo con il personale sanitario e di un accesso più liberale al reparto. Tali istanze sono alla base del modello organizzativo conosciuto come ICU aperta secondo il quale il reparto intensivo, aprendosi ai bisogni di malati e familiari, non si limita ad un semplice incremento delle ore in cui i visitatori possono essere accedere al reparto per stazionare al letto del congiunto, ma si modella così da aumentare il grado di coinvolgimento dei malati e delle loro famiglie nelle decisioni terapeutiche. Il fine è di erogare, accanto a prestazioni sanitarie, anche un supporto emotivo e psicologico secondo un approccio che abbia il malato al centro degli interventi piuttosto che macchinari.JPGla malattia o l’operatore sanitario. Questo nuovo modello organizzativo è supportato da opinion makers internazionali nel campo della medicina critica, è sponsorizzato da importanti società scientifiche, è fortemente auspicato dalla società civile (che richiede una maggiore attenzione da parte dei sanitari verso un più ampio coinvolgimento delle famiglie dei malati) ed è messo al centro dell’attenzione di importanti organi ed enti. A tal proposito si segnala il parere della Commissione regionale toscana di bioetica intitolato Permanenza dei parenti presso le Rianimazioni e le Terapie intensive della Toscana e assistenza dei degenti nelle fasi finali della vita: aspetti etici e di umanizzazione dove si fa chiaro riferimento alla necessità che le ICU regionali vadano incontro ad una “trasformazione da luoghi di trattamento intensivo di stati critici a luogo di cura del paziente critico dove, alle competenze professionali e all’alta tecnologia, si affiancano capacità di relazione e di incontro” e dove si richiede che organi regionali competenti “siano investiti del compito di formulare specifiche linee-guida in materia, al fine di orientare i processi di adeguamento dei reparti nelle singole Aziende sanitarie”.

La situazione in Regione Toscana

Uno studio pubblicato dal sottoscritto su una rivista internazionale, ha messo in evidenza come nella nostramonitor.JPG Regione gli esempi di ICU aperta siano attualmente solo sporadici e collegati all’iniziativa di singoli gruppi piuttosto che ispirati ad una visione strategica ed omogenea. Emerge inoltre come il maggiore ostacolo ad una più ampia diffusione del modello auspicato dalla Commissione regionale toscana di bioetica nel suo documento sia la carenza di una cultura specifica sul tema, accompagnata da un basso livello di conoscenze specifiche inerenti il modello organizzativo stesso.

La situazione in Aoup

La centralità del paziente è uno dei cardini della valutazione della qualità del percorso assistenziale negli ospedali per intensità di cure. Le aree critiche sono reparti dove gli operatori, oltre a prestare cure intensive, vivono insieme ai familiari dei degenti esperienze a forte contenuto emotivo che necessitano di spazi adeguati e di un approfondimento degli aspetti comunicativo-relazionali. Favorire nuove modalità di accoglienza nelle UTI in un’ottica multidisciplinare e multiprofessionale integrata facilita il processo di umanizzazione ed innovazione organizzativa che oggi non è più rimandabile.

rianimazione.JPGA partire dal 2008, presso l’Aoup, è partito un progetto aziendale denominato “Terapie Intensive aperte” che si è articolato in tre fasi.

La prima fase ha permesso la rilevazione di eventuali discomfort strutturali ed organizzativi e la valutazione dell’esperienza vissuta in rianimazione. La seconda fase, apertasi con una conferenza tenuta il 20 novembre 2008, ha previsto una serie di eventi formativi che hanno coinvolto circa 100 operatori sanitari, articolandosi in laboratori formativi sugli aspetti comunicativo-relazionali e sulla qualità e appropriatezza delle cure alla fine della vita, per consentire ai partecipanti l’acquisizione di competenze educazionali da trasmettere successivamente a tutti gli altri operatori in percorsi formativi on the job. La terza fase, in accordo con le recenti indicazioni del Comitato etico regionale toscano, prevede una maggiore e più informata apertura delle Terapie intensive/Rianimazioni aziendali alle famiglie dei degenti anche attraverso l’inserimento di specifici obiettivi di budget. Al momento due ICUs aziendali, quella dei Trapianti di fegato (reparto pilota a livello nazionale fin dal 2005)rianimazione_2.JPG e quella del Pronto Soccorso hanno strutturato l’organizzazione del lavoro e quella delle relazioni secondo il principio della ICU aperta.

Gianni Biancofiore

In allegato il testo del DDL

(pubblicazione notizia a cura di Emanuela del Mauro)
Allegati:
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(Lunedì 16 Luglio 2012)